Avrei voluto imparare a “meditare”.

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Sedermi a gambe incrociate, fissando intensamente la fiamma di una candela, cercando quel vuoto mentale portatore di luce e pace. Sognavo quel “vuoto” e lo immaginavo come una caduta libera in un silenzio assoluto, senza alcuna paura, con la consapevolezza di una eternità fatta di attimi infiniti di coscienza. Un po’ come quando ci si addormenta, si scivola nel sonno allentando i freni della razionalità, lasciando ciò che accade fuori dal nostro controllo.

Ma nella meditazione la mente rimane vigile, i rumori attorno vengono percepiti eppure il nostro “io” più profondo rimane assorto in altro; la centratura e l’equilibrio non sono intaccati da disturbi esterni perché ciò che il nostro Sé sta facendo è di gran lunga più importante.

Avrei voluto, dicevo, ma ogni volta che mi sedevo a gambe incrociate, schiena dritta e mani leggermente appoggiate sulle gambe, qualcosa sviava il mio intento.

Vuoi la tensione della schiena o delle gambe, vuoi l’auto che passava nella strada o il cane che abbaiava inopportunamente. Molto più spesso erano i problemi quotidiani a focalizzare la mia attenzione. Pensieri futili, sicuramente non essenziali nella ricerca del mio “IO”, ma incontrollabili, almeno per me.

Ho immaginato bolle di sapone contenenti le bollette e la mia faccia con le guance gonfie che le soffiava via; le mani che con gesti “spirituali”, allontanavano da me nuvole di grattacapi. Ho provato a riportare, dopo ogni distrazione, il pensiero al respiro, che però risultava poco naturale se non addirittura accelerato.

Ho tentato, senza successo e la mia ricerca di quel “Qui e Ora” nella luce del mio essere sembrava destinata al fallimento.

Mi hanno soccorsa i suoni. La melodia dell’acqua nel rubinetto, il suono dei miei passi in un viottolo di campagna, il fruscio delle foglie nel bosco, il verso delle cicale, lo sbattere di una portiera che si chiude. Qualunque suono percepito caratterizza il momento in cui accade, come i colori e i profumi. Ed è lì che avviene la mia meditazione, nell’ascolto, nell’attenzione dedicata all’ascolto e nell’entrare nel suono. Lo faccio mio, lo vivo come se quel suono passasse attraverso me per poi proseguire per la sua strada. Il pensiero in quei momenti viene totalmente annientato, sostituito dalle sensazioni che il suono mi regala.

Ora sto ascoltando i click della tastiera che ritmicamente compone le mie parole e del mouse che impagina il testo sul monitor. Ogni suono libera l’attimo dalle considerazioni e dagli inutili giudizi e in quel momento riesco anche a sentire il “vuoto”.

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