Una parola che spaventa.

Mi hanno diagnosticato una lieve depressione. In realtà mi sono recata dal medico per un problema di insonnia che si manifesta con numerosi risvegli notturni. A tutto ciò si è aggiunta da qualche giorno, l’incapacità di prendere sonno. Dopo una, due notti passate così, in preda ad una nebbia che avvolge costantemente i miei sensi e tutto ciò che a loro è collegato, ho deciso di consultare un esperto.

La diagnosi era chiara, palese ed evidente in tutta la sua oscurità. Mi sono costantemente analizzata in questi mesi, mi sono volutamente messa in gioco e ho valutato le mie reazioni. In parte la risposta era già dentro di me. Questa “depressione” racchiude una serie piuttosto ampia di sintomi spesso comportamentali e molto più raramente fisici. Apatia, malinconia, scontentezza, incapacità di reagire, crisi di pianto, niente autostima, nessun obiettivo futuro, niente per cui valga la pena lottare e costruire; in poche parole niente per cui valga la pena di vivere. Pagine e pagine del mio diario “cartaceo” di domande esistenziali sul “chi sono” e “dove sto andando”.

E qua mi è sorta una riflessione.

Se per un attimo riuscissi a vedere in me la depressione nella sua forma fisica, ovvero un’altra me, ma quella “depressa”. Quella stessa persona che pur vivendo in me, non è me. Se ci riuscissi, dicevo, potrei parlarle, cercare di comprendere e magari porgerle quella spalla di cui ha tanto bisogno.

Così l’ho fatto ed è stato stupefacente.

Ho trovato un’anima nel buio. E in quel buio non trova la porta per uscire alla luce. Dopo tanti tentativi vani ha deciso di non cercare più, di accucciarsi con la schiena al muro, con le gambe incrociate; tremante di paura, consapevolmente mi ha confessato di voler stare lì, in quella oscurità tetra e avvolgente. Si è arresa: è stanca, dice, di violenza, di sopraffazione, di prepotenza, disonestà, bugie, mancanza di rispetto. E’ stanca di solitudine e di dover sempre essere forte. Con le lacrime agli occhi mi ha confessato di aver smesso di vivere ormai da tempo.

Mi sono seduta accanto a lei, con la schiena aggrappata e quel muro freddo e abbracciandola, cercavo di calmare i sussulti del suo pianto disperato. – Mi prenderò io cura di te e nessuno potrà farlo meglio!!! Te lo prometto!

Lasciandole una candela e un accendino me ne sono andata, giurando alle “me stessa” di ritornare  a trovarla al più presto, per insegnarle ad amarsi.

4 risposte a "Una parola che spaventa."

    1. Ritengo che qualunque esperienza sia difficilmente comprensibile a meno che non la si viva in prima persona. Si può immaginare, tentare di comprendere ma non sarà mai la stessa cosa. Tu l”hai vista come un’Anima Nera (ti ringrazio per il commento), io la voglio vedere come un’Anima Fragile. Non riesco a sentirla minacciosa!!

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